Denunciate torture a manifestanti
Beirut, 08-05-2011
Tre citta' siriane assediate dall'esercito, senza acqua, elettricita' e telefoni, l'intera regione meridionale zona militare chiusa e Damasco da tre giorni priva dei tradizionali collegamenti Internet: cosi' si presenta la Siria oggi, dopo quasi due mesi di manifestazioni anti-regime e della conseguente repressione che, secondo attivisti, e' ora condotta seguendo una strategia mutuata dall'esperienza iraniana del 2009.
Secondo Rami Nakhle (28), cyber-attivista siriano da gennaio rifugiatosi in Libano, numerosi istruttori dei servizi di sicurezza iraniani sarebbero operativi in Siria per sostenere i loro colleghi nella repressione delle manifestazioni anti-regime. "Abbiamo le prove - ha detto all'ANSA - di alcuni incontri di alto livello svoltisi tra Damasco e Teheran nelle ultime settimane e della presenza di istruttori iraniani in Siria".
I due Paesi sono legati da oltre 30 anni da una stretta alleanza strategico-militare. Almeno due persone, secondo altri attivisti, sono state intanto uccise nelle ultime ore rispettivamente a Homs e a Tafas, a nord e a sud di Damasco. A Homs la vittima e' un ragazzino di 12 anni, Qassem al Ahmad, pestato a morte da agenti in borghese durante i raid in uno dei tre quartieri (Bab Sibaa, Bab Amr e Tall Assur) investiti da polizia ed esercito, appoggiati da carri armati. Intere zone residenziali della terza citta' siriana sono da venerdi' senza acqua, luce e telefoni.
Cosi' come Banias, porto nel nord-ovest, dove ieri erano state uccise - sempre secondo attivisti - almeno sei persone, di cui quattro donne. Sia a Homs che a Banias, alcune fonti delle organizzazioni umanitarie siriane denunciano l'impossibilita' di verificare le informazioni a causa del massiccio dispiegamento di agenti. La tv di Stato siriana ha dal canto suo mostrato oggi la presunta confessione di un "falso testimone oculare arruolato a Homs per conto delle tv satellitari di notizie (al Jazira e al Arabiya, ndr)". Ma da stamani e' occupata dai carri armati anche Tafas, cittadina di 30.000 abitanti a nord di Daraa, nell'Hawran confinante con la Giordania dal 25 aprile trasformata di fatto in zona militare chiusa.
I blindati sono entrati nel centro abitato poco dopo l'alba a protezione di agenti di forze di sicurezza che hanno arrestato almeno 200 persone. "Si presentano armati con liste di nomi di gente da arrestare, dai 15 ai 40 anni... fanno come gli israeliani", riferisce l'attivista Fadel Hussein. Oltre Tafas, perquisizioni e arresti anche a Dael e Ibtaa, villaggi vicini dove si sarebbero rifugiati decine di giovani scappati nei giorni scorsi da Daraa. "E' la nuova strategia adottata dal regime", afferma il cyber-attivista Nakhle, "in contatto con molti residenti e testimoni in varie citta' siriane. All'inizio delle proteste - sostiene - le forze di sicurezza sparavano contro i manifestanti uccidendone molti.
Ma ogni funerale si trasformava in nuovi cortei e allora - prosegue Nakhle - su consiglio degli istruttori iraniani l'ordine di Damasco e' quello di arrestare e torturare, per circa una settimana, i manifestanti piuttosto che ucciderli. Cosi' dovrebbero dissuadere parenti e amici della persona torturata a tornare in piazza. Ma non riusciranno ad arginare la rivoluzione", aggiunge. "Questa nuova strategia, adottata dalla fine di aprile, e' mutuata da quella iraniana usata per reprimere le manifestazioni del 2009", afferma Nakhle, secondo cui stadi sportivi e sedi scolastiche sono usate dalle forze di sicurezza rispettivamente per radunare i manifestanti fermati e per torturarli.
Da Damasco, al terzo giorno senza i collegamenti tradizionali Internet (i rari account via dsl funzionano), giunge intanto la notizia del rinvio a giudizio, con l'accusa di aver infranto il divieto di manifestazione imposto dal ministero degli interni, per Riad Seif, ex deputato e oppositore arrestato venerdi' scorso mentre sfilava in corteo. Il mese scorso, il presidente Bashar al Assad aveva annunciato l'abrogazione della legge d'emergenza e la concessione, per la prima volta dopo 48 anni, del diritto di manifestazione pacifica.
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