29 maggio 2011

Tagli da 46 miliardi: difendiamoci da quest’Europa di banditi


Stanno accadendo un sacco di cose, tutti sintomi di una crisi che si sta avvicinando a grande velocità: dobbiamo prepararci. L’annuncio della chiusura delle due fabbriche della Fincantieri che ha messo in movimento Genova e Napoli con grandi proteste anche violente e molto arrabbiate, la ripresa dello scontro intorno all’alta velocità in val di Susa, lo sciopero della fame degli insegnanti a Bologna, la rivolta contro la spazzatura di Napoli: siamo in una situazione di alta tensione, che non ha precedenti nella storia degli ultimi anni in Italia. E ci ha raggiunti la notizia che la Corte dei Conti addirittura aggrava il bilancio del nostro prossimo futuro, chiedendo – come una cosa inevitabile – un taglio di 46 miliardi l’anno delle spese dello Stato, per “aggiustare” il nostro rapporto tra debito e Pil secondo i criteri europei.
Quarantasei miliardi: significa che tutti i servizi sociali verranno drasticamente tagliati, la pressione fiscale sui lavoratori rimarrà invariata, non c’è nessuna misura per far pagare a coloro che hanno la ricchezza, i beni e la finanza per farlo; di fatto, pagheranno i più poveri. Pagheranno in due direzioni: primo, perché avranno meno denaro nelle loro tasche; secondo, perché avranno meno servizi. Ci stiamo avvicinando velocemente alla Grecia, e subendo il giudizio – pensate – nientemeno che delle agenzie di rating internazionale come Standard & Poor, cioè i truffatori che hanno praticamente messo in ginocchio l’economia europea nel corso degli ultimi decenni, facendo emigrare i nostri capitali in America sulla base di valutazioni delle agenzie di credito. Adesso “danno il voto”: a noi, ai greci, agli spagnoli, ai portoghesi; ci chiedono altri sacrifici.
In questo senso di capisce bene quello che sta accadendo, basta alzare un po’ lo sguardo all’insieme. E capisce anche quello che sta accadendo in Spagna, con questo nuovo grande movimento di giovani che chiedono più equità e manifestano la loro totale sfiducia nei confronti delle istituzioni, perfettamente motivata. E’ la stessa sfiducia che stiamo misurando anche in Italia, e che non ha ancora assunto le forme di una vera e propria rivolta. E’ finita. E’ finito il patto sociale che ha retto l’Europa nel corso degli ultimi cinquant’anni, dal dopoguerra. Patto sociale che era rappresentato – se vogliamo essere crudi nel descriverlo – dal fatto che c’era abbastanza ricchezza per poterne distribuire una parte anche alle classi subalterne; i ricchi pigliavano la grande fetta, ma una parte la distribuivano.
Ce n’era per tutti, nel senso che noi potevamo rapinare, depredare il resto del mondo. Ma negli ultimi vent’anno sta accadendo una cosa che non era stata prevista, e che non è molto gradevole, per noi: e cioè che la rapina sta finendo, si sta riducendo, e coloro che avevano tutto il potere, tutta la forza e tutta la ricchezza vogliono mantenere quello che hanno, e quindi non ce n’è più da distribuire. Non ce n’è più per distribuirlo neanche ai ceti medi, i quali ora si trovano a vedere in caduta la loro situazione sociale, più o meno come sta accadendo in tutta Europa.
Ora, tutto questo – questa rivolta – è un fatto positivo, ma non ha ancora una soluzione, non c’è ancora una linea; non si vede la prospettiva, anche perché i partiti, quelli che hanno perduto il contatto con la gente, non sono capaci di elaborare nessuna proposta alternativa perché non ce l’hanno, perché si sono adagiati in quella distribuzione delle risorse che era stata loro consentita; non c’è più opposizione, non c’è più rappresentanza politica delle classi colpite, subalterne. Intendiamoci: la nostra vita degli ultimi cinquant’anni è stata una vita abbastanza buona, proprio perché tutti abbiamo finto di ignorare che essa era il prodotto della nostra rapina, alla quale noi partecipavamo – senza saperlo.
Adesso dovremmo saperlo, e dobbiamo dirlo a tutti: guardate che il vecchio tenore di vita non è più riproducibile attraverso la rapina mondiale; non potremmo farlo. E quindi, se vogliamo mantenere un tenore di vita accettabile, noi dobbiamo trovare delle altre forme di organizzazione della società e della finanza occidentale, e dobbiamo dire che quello che ci viene proposto fino ad ora non vale niente, non ci serve a nulla. Quindi, in questo senso, che ci sia la rivolta è bene; dev’essere una rivolta per difendere il nostro territorio. Noi dobbiamo cominciare a difenderci, dove viviamo, intendendo per territorio la nostra mente, il nostro corpo, la terra su cui stanno le nostre case, le nostre città, i giardini pubblici, le scuole, gli ospedali, tutto ciò che ci fa vivere decentemente e civilmente.
Dovremo per questo organizzarci, ma dobbiamo sapere che quello che accade in Spagna accadrà presto in Italia e in tutto il resto dell’Europa; accadrà prima naturalmente in Grecia, poi verrà l’Irlanda, poi il Portogallo; poi verremo noi, molto presto, probabilmente nel corso di questo stesso anno, che si annuncia molto difficile con i primi tagli drammatici che ci verranno imposti, o che si cercherà di imporci. Questo è quello che dobbiamo sapere. Quale Europa dobbiamo chiedere? Dobbiamo chiedere un’Europa che cambi le sue regole, molto semplicemente; le attuali regole ci hanno portato nel disastro; l’attuale gestione dell’Euro e la sua distribuzione sul territorio, la sua commercializzazione, il modo in cui viene usata la ricchezza, non va bene: perché è un modo predatorio, che alla lunga – e anche a breve – ci farà perdere ogni sovranità. E perdere ogni sovranità in queste condizioni significa metterci nelle mani, anche dal punto di vista dei nostri diritti e della nostra rappresentanza, di un gruppo di tecnocrati, che sono la stessa cosa dei tecnocrati delle grandi banche di investimento mondiali.
Questo è il punto: con quest’Europa non si va da nessuna parte, e quindi dobbiamo decidere quale Europa vogliamo. Io non sono tra quelli che pensano che dobbiamo dire che non vogliamo nessuna Europa; sono dell’avviso, al contrario, che ci servirebbe un’altra Europa, per bilanciare lo squilibrio delle forze e lo scontro potenziale che si sta innescando tra Stati Uniti e Cina. Certo che ci servirebbe, una grande Europa, e quindi io non penso che dovremmo farne a meno; ma quest’Europa no: quest’Europa non ci serve. Quest’Europa è al carro, è al servizio degli interessi americani e della finanza mondiale: non ci serve. E quindi dobbiamo velocemente chiedere a tutte le forze democratiche italiane di porsi il problema di quale Europa vogliamo – a meno che non decidiamo di alzare le mani e di arrenderci: 46 miliardi l’anno di riduzione fisica sulla nostra vita e su quella dei nostri figli.
La situazione in cui ci troviamo è assai grave, perché contemporaneamente ci sono i nostri bombardieri che uccidono i civili in Libia, c’è la nostra partecipazione all’Afghanistan e c’è tutta un’idea del mantenimento del sistema mondiale attuale così com’è, così quel che costi. No, noi non possiamo accettare questa soluzione; dobbiamo dire che “costi quel che costi” non è il nostro slogan. Noi dobbiamo dire che vogliamo vivere in modo decente ed equo, sapendo che la nostra giustizia equivale alla giustizia internazionale: non ce ne possono essere due, non ci possono essere “giusti” qui da noi e “ingiusti” all’estero, come lo siamo stati in tutti questi anni, con la complicità (involontaria) anche di larghe masse di lavoratori.
Noi dobbiamo costruire una nuova vita, una nuova alternativa; questa diventa ormai impraticabile. Questo è il punto fondamentale: non si può dire che si può continuare così, perché così non si può andare avanti. E quindi prepariamoci: a andare avanti in un’altra direzione. Il che, cari amici, significa: combattere. Perché, senza combattere, non andremo da nessuna parte. Buona fortuna a tutti.
(Giulietto Chiesa, “Vicini a qualcosa”, video-messaggio di “Alternativa” e “Mega Channel Zero”, 27 maggio 2011, ripreso da “Megachip”, www.megachip.info, e “Ribelle Tv”, www.ilribelle.com).

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