17 maggio 2011

L'Italia non è a rischio


«Teme in prospettiva un rischio Italia per l'euro?». Domanda d'obbligo a Berlino. Sono gli ennesimi giorni di passione per la moneta unica investita dalla crisi portoghese, risucchiata nell'emergenza greca che non passa anzi si aggrava. Assillata dallo spettro del contagio: caduto il bastione lusitano, sarà l'assalto alla Spagna? E poi all'Italia? Insomma il "club Med" dell'euro è nell'anticamera di un collasso annunciato?
Una certa vulgata ci scommette sopra da sempre con convinzione. Non importa se i mercati non seguono con altrettante certezze. «È solo una questione di tempo», risponde regolarmente, sicuro del fatto suo e dovunque si trovi, il clan degli "illuminati".
A Berlino no, non più. «Non vedo nessun rischio per l'Italia, non sul fronte degli spread rispetto al bund, non sulla tenuta dei conti pubblici e nemmeno su quella del sistema bancario. il rischio Italia non è sul nostro tavolo, tenerne conto in questo momento sarebbe una perdita di tempo». Chi parla, dietro l'impegno del più stretto anonimato, è una fonte altamente qualificata di un'istituzione che non lo è da meno. La sorpresa per le sue parole è tale che si cerca di approfondire. Ma il messaggio resta identico: «Non dico che l'Italia sia in assoluto esente da rischi ma sono quelli che corre chiunque, persona o Paese che sia».
Immediatamente la memoria corre a ritroso, ai negoziati sul Trattato di Maastricht prima e alle trattative per l'ingresso nell'unione monetaria poi. Altri giorni di passione. Il "club Med" messo all'indice dalla coppia Schäuble-Lamers costretta a ritrattare in seguito alla rivolta degli interessati e alle pressioni del cancelliere tedesco Helmut Kohl.
Il "vade retro" successivamente e pubblicamente ribadito dall'olandese Gerrit Zalm in veste di presidente di turno dell'Ecofin, sicuro delle persistenti e pesanti riserve dei tedeschi Theo Waigel e Jürgen Stark.
«Ma perché tanto accanimento contro i Paesi mediterranei se offrono garanzie e si lasciano imbrigliare in un patto di stabilità di ferro?»: la domanda in quei tempestosi anni 90 a un uomo della Bundesbank. «Il vero problema - rispose - non è certo la Grecia. È l'Italia perché le dimensioni della sua economia sono tali che da sola basterebbe a rovesciare la barca dell'euro».
Analisi ineccepibile, almeno sulla carta. Quindici anni dopo, però, la percezione del nostro Paese in Germania è cambiata. Non dovunque, ovviamente. Di sicuro però in una sede che conta. La riprova indiretta, del resto, è la scelta di un italiano, Mario Draghi, alla presidenza della Banca centrale europea, il santuario della stabilità dell'euro. Uno shock culturale impensabile fino ad alcuni anni fa, almeno quanto avrebbe potuto essere l'ascesa al soglio di Pietro di un Papa tedesco se nel frattempo la pacificazione dell'Europa non fosse entrata nella "banalità" della vita quotidiana dei suoi cittadini.
Però niente trionfalismi, per favore. Come nella promozione di Draghi c'è anche un grosso bagaglio di meriti personali, in quella dell'Italia che convince tedeschi e mercati c'è molta cura Tremonti: severo controllo su spese e conti pubblici, in breve cultura tedesca, ma anche lo sforzo per convincere i partner che il nostro debito pubblico è sì astronomico ma è molto più sostenibile di altri, minori ma non altrettanto garantiti all'interno da un alto volume di risparmio, da una riforma delle pensioni più al passo di altre con i tempi, da un debito privato molto meno ingombrante, da un sistema bancario magari un po' troppo provinciale ma grazie al suo relativo isolamento meno esposto di altri (anche di quello tedesco) ai molti incerti delle crisi finanziarie e del debito sovrano.
La corsa ad ostacoli non è comunque finita. Anzi. Senza riforme strutturali credibili e a largo raggio, la crescita economica rischia di restare al palo. Il recupero di stabilità poggerà cioè su basi sempre precarie. Senza contare che il nuovo patto di stabilità con la sua tabella di marcia per la riduzione del debito pubblico, nonostante i previsti "ammortizzatori", potrebbe presto mettere un ulteriore cappio al collo dello sviluppo, se nel frattempo non si riuscirà a liberarne tutto il potenziale. Detto questo, l'Italia è sulla buona strada: se lo certificano a Berlino e i mercati ci credono, forse ci si può fidare.

Nessun commento:

Posta un commento

Questo blog non rappresenta in alcun modo una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 07 marzo 2001.