Il governo ha eliminato undicimila posti letto, decine di ospedali, migliaia tra medici e infermieri. Il risultato di questa illuminata politica? Code, sporcizia, meno assistenza agli anziani e grandi affari per le cliniche private
Niente tagli alla sanità, giura solennemente il governo. Vero? No. A conti fatti, per la salute degli italiani, nel 2011 si spenderanno almeno 1.500 milioni di euro in meno. Che, in concreto, significano anziani e disabili lasciati senza assistenza, medici e infermieri che vanno in pensione e non vengono sostituiti, posti letto tagliati con la mannaia senza provvedere servizi sostituivi, pronto soccorso in crisi drammatica, carenza di farmaci. Qui diamo la specifica degli euro mancanti, ma ciò che conta è che i tagli così fatti, a pioggia e senza programmazione, non potevano che tradursi in collasso del Servizio sanitario nazionale.
Ma è certo che se regioni come la Toscana, l'Emilia-Romagna o la Lombardia reggono all'urto, l'intero centro-sud è al collasso: da Roma in giù verranno tagliati entro l'anno ben 10 mila posti letto (vedi lo speciale interattivo). E non saranno sostituiti con residenze assistite per anziani o piccoli presidi sanitari di zona, come tutti concordano si sarebbe dovuto fare per ottimizzare le risorse senza penalizzare i malati: non c'è un euro per questa trasformazione. Anzi, nel Lazio si finiranno col cancellare quasi 2 mila posti che, sulla carta, dovevano andare proprio agli anziani e ai disabili gravi.
Ma se Roma e Napoli piangono, di certo Torino o Venezia non ridono: il Piemonte sta per tagliare 2.342 posti letto; e se persino una sanità d'eccellenza come quella veneta si riscopre in crisi, vuol dire che in Italia sta succedendo qualcosa di molto serio. Ecco una radiografia del pianeta sanità, centrata sui due attuali estremi: l'ex modello veneto e lo sfascio del Lazio.
Declino Veneto
E' l'inverno scorso. Una prestigiosa avvocata veneta, per giunta in ottimi rapporti con il governatore leghista Luca Zaia, viene ricoverata nell'ospedale di Verona Borgo Trento, lucente di un nuovissimo blocco di ben 34 sale operatorie. Subisce un intervento chirurgico. Quando inizia a svanire l'effetto dell'anestesia, ovviamente, sente dolore. Come rimedio, riceve solo tachipirina. Esasperata, chiede un farmaco più efficace. Il personale le risponde che non è previsto, perché "darlo a tutti costerebbe troppo". Ne nasce una spiacevole serie di liti in corsia, che l'avvocata riassume così: "Mi sembrava assurdo che uno dei più importanti ospedali del Nord risparmiasse sugli antidolorifici dopo un'operazione. Ho protestato che, se era un problema di prezzo, potevo pagarmelo io. Per calmarmi mi hanno fatto una puntura. Però sono rimasta senza terapia antibiotica. Il giorno dopo avevo 38 e mezzo di febbre. Eppure, mi sono sentita dire che sarei dovuta tornare a casa, perché il mio letto era già destinato a un altro". Furibonda, la paziente minaccia denunce. Diventa un caso. Medici e infermieri si chiedono chi sia. Scoprono che non solo è avvocata, ma pure amica del direttore sanitario e addirittura del presidente della Regione. E corrono a scusarsi con queste parole: "Non ci rovini, cerchi di capire la nostra situazione: la sanità pubblica è allo sbando, ormai siamo costretti a risparmiare su tutto"
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