Il premier irritato con i suoi: «Dalla Lega troppi distinguo
ma il governo non rischia. Accelerare ristrutturazione Pdl»
di Marco Conti
ROMA - «Non è il momento delle polemiche e delle liti. Il governo è solido, non è emersa una coalizione in grado di impensierirci. Discuteremo del voto dopo i ballottaggi». L’umore di Silvio Berlusconi è pessimo e lo sconforto non è stato sostituito ancora da una strategia precisa se non quella di minimizzare e andare avanti. Il serrare i ranghi il Cavaliere lo ha chiesto ieri mattina a Letizia Moratti che lo ha inseguito sino all’aeroporto. L’incontro tra i due, alla presenza di Paolo Bonaiuti e Mario Mantovani, è stato a dir poco freddino. Il presidente del Consiglio non crede molto alla possibilità di un recupero a Milano e Napoli. Giudica infatti «molto difficile se non impossibile» recuperare sette punti nel capoluogo lombardo, mentre ritiene che a Napoli Gianni Lettieri non riuscirà a contenere la retorica «da Masaniello» dell’ex pm de Magistris.
La sordina che ha imposto ai suoi e al malconcio alleato leghista, sembra quindi destinata a proseguire ben oltre un risultato che il Cavaliere ritiene ormai «quasi scontato». Le due settimane che mancano ai ballottaggi, serviranno più che altro al Cavaliere per impostare la strategia per attutire l’impatto di un responso tanto inatteso quanto problematico per il centrodestra. Le analisi dei coordinatori del Pdl Verdini e La Russa, sui risultati elettorali lo hanno convinto sino ad un certo punto. L’irritazione del Cavaliere si è però concentrata soprattutto sul ministro della Difesa che a Milano avrebbe preteso più di volta carta bianca in una campagna elettorale dai toni «sicuramente troppo accesi». Dentro il Pdl sul banco degli imputati è finita la pattuglia dei falchi guidati dalla Santanché, ma il Cavaliere non sembra ancora convinto al cambio di passo e ieri leggeva con un certo sconcerto coloro che nelle dichiarazioni facevano pensare ad un suo effetto negativo: «Se non facevo un po’ di campagna elettorale io, vorrei sapere chi si stava muovendo».
Berlusconi non si dà però pace per aver quasi consegnato la città a quei «comunisti» che ha sempre combattuto. Ieri sera ha ordinato manifesti e spot sulle reti locali «per smascherare chi c’è dietro Pisapia, ovvero i centri sociali». Il rammarico per come è stato tradito da parte della borghesia meneghina, dai commercianti, dagli artigiani e da parte del mondo curial-ciellino si mescola alla voglia di «mandare tutti a quel paese». Forse perché, come sosteneva ieri un ministro, «in politica non c’è gratitudine» e «alla buona amministrazione e al buon governo si preferisce il caos radicale e demagogico» raccolto da Pisapia.
Rimboccarsi le maniche e accelerare con la ristrutturazione del Pdl (al via la fase dei congressi) e con la fase delle riforme, è il mantra che ieri pomeriggio ripeteva il Cavaliere in aereo. «Dal primo giugno si cambia. Si lavora a stretto contatto con la Lega e si portano a compimento tutte le riforme. Compresa quella fiscale», ha sostenuto ieri Berlusconi. Al Carroccio il premier è pronto a rinfacciare «i troppi distinguo» sulla Libia e sulla giustizia, e la scelta di correre da solo in molti comuni: «Hanno dato così, loro per primi, l’idea di credere poco all’intesa con noi». Alla Lega non è andata per nulla bene in tantissimi comuni della Lombardia, Varese compreso, e il dato ha colto in contropiede molti colonnelli e ministri. L’intesa con il Carroccio è però fuori discussione e il Cavaliere, malgrado il pressing interno, crede poco anche alla necessità di aprire al Terzo Polo. Così come non ritiene possibile che gli alleati possano chiedergli un passo indietro alle prossime politiche. «Mi farei volentieri da parte e sono pronto a valutare alternative, ma credo non ve ne siano ancora», sosteneva ieri mattina il Cavaliere.
Il Carroccio è avvisato, ma il chiarimento con la Lega - che avverrà dopo i ballottaggi - è ancora tutto da scrivere. Anche perché molto del potere leghista passa proprio per la giunta di Milano.
La sordina che ha imposto ai suoi e al malconcio alleato leghista, sembra quindi destinata a proseguire ben oltre un risultato che il Cavaliere ritiene ormai «quasi scontato». Le due settimane che mancano ai ballottaggi, serviranno più che altro al Cavaliere per impostare la strategia per attutire l’impatto di un responso tanto inatteso quanto problematico per il centrodestra. Le analisi dei coordinatori del Pdl Verdini e La Russa, sui risultati elettorali lo hanno convinto sino ad un certo punto. L’irritazione del Cavaliere si è però concentrata soprattutto sul ministro della Difesa che a Milano avrebbe preteso più di volta carta bianca in una campagna elettorale dai toni «sicuramente troppo accesi». Dentro il Pdl sul banco degli imputati è finita la pattuglia dei falchi guidati dalla Santanché, ma il Cavaliere non sembra ancora convinto al cambio di passo e ieri leggeva con un certo sconcerto coloro che nelle dichiarazioni facevano pensare ad un suo effetto negativo: «Se non facevo un po’ di campagna elettorale io, vorrei sapere chi si stava muovendo».
Berlusconi non si dà però pace per aver quasi consegnato la città a quei «comunisti» che ha sempre combattuto. Ieri sera ha ordinato manifesti e spot sulle reti locali «per smascherare chi c’è dietro Pisapia, ovvero i centri sociali». Il rammarico per come è stato tradito da parte della borghesia meneghina, dai commercianti, dagli artigiani e da parte del mondo curial-ciellino si mescola alla voglia di «mandare tutti a quel paese». Forse perché, come sosteneva ieri un ministro, «in politica non c’è gratitudine» e «alla buona amministrazione e al buon governo si preferisce il caos radicale e demagogico» raccolto da Pisapia.
Rimboccarsi le maniche e accelerare con la ristrutturazione del Pdl (al via la fase dei congressi) e con la fase delle riforme, è il mantra che ieri pomeriggio ripeteva il Cavaliere in aereo. «Dal primo giugno si cambia. Si lavora a stretto contatto con la Lega e si portano a compimento tutte le riforme. Compresa quella fiscale», ha sostenuto ieri Berlusconi. Al Carroccio il premier è pronto a rinfacciare «i troppi distinguo» sulla Libia e sulla giustizia, e la scelta di correre da solo in molti comuni: «Hanno dato così, loro per primi, l’idea di credere poco all’intesa con noi». Alla Lega non è andata per nulla bene in tantissimi comuni della Lombardia, Varese compreso, e il dato ha colto in contropiede molti colonnelli e ministri. L’intesa con il Carroccio è però fuori discussione e il Cavaliere, malgrado il pressing interno, crede poco anche alla necessità di aprire al Terzo Polo. Così come non ritiene possibile che gli alleati possano chiedergli un passo indietro alle prossime politiche. «Mi farei volentieri da parte e sono pronto a valutare alternative, ma credo non ve ne siano ancora», sosteneva ieri mattina il Cavaliere.
Il Carroccio è avvisato, ma il chiarimento con la Lega - che avverrà dopo i ballottaggi - è ancora tutto da scrivere. Anche perché molto del potere leghista passa proprio per la giunta di Milano.
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