18 maggio 2011


C’è un filo d’autolesionismo, nelle ultime scelte di Roberto 
Maroni, leghista doc e ministro dell’Interno. Sdegnato per le violenze 
degli studenti contro la polizia durante la manifestazione del 14 
dicembre, indignato per le scarcerazioni dei ragazzi fermati quel 
giorno, oggi chiede che i violenti siano tenuti in carcere. A dargli 
retta, si otterrebbe un risultato curioso: in carcere dovrebbe finire, 
e restarci, lui stesso. Per via delle violenze esercitate nei 
confronti dei poliziotti un pomeriggio del 1996. 

   ERA IL 18 SETTEMBRE e Bobo Maroni era davanti alla sede della Lega 
Nord in via Belle-rio, a Milano. Alle 7 del mattino la polizia si era 
presentata a perquisire, a Verona, uffici e abitazioni di Corinto 
Marchini, il capo delle “camicie verdi”, e di due leghisti a lui 
vicini, Enzo Flego e Sandrino Speri. Gli agenti erano stati mandati da 
Guido Papalia, procuratore della   Repubblica di Verona, che stava 
indagando sulla Guardia Nazionale Padana, sospettata di essere 
“un’organizzazione paramilitare tesa ad attentare all’unità dello 
Stato”. Marchini aveva un ufficio anche in via Belle-rio, a Milano. 
Così due pattuglie della Digos veronese arrivano alle 11 alla sede 
della Lega e tentano di entrare. Invano: i militanti leghisti 
impediscono l’accesso. Tornano il pomeriggio, con un provvedimento 
integrativo di perquisizione. Riescono a fatica a entrare 
nell’androne, ma lì sono fermati da un cordone   di leghisti, tra cui 
Maroni, che impedisce l’accesso alla scala. Spintoni, parapiglia. Alla 
fine i poliziotti sfondano e riescono a salire. Ma Bobo, che in 
gioventù era stato militante di Democrazia proletaria, non de-morde: 
“Il primo vero e proprio episodio di violenza”, annotano le cronache, 
“è compiuto da Maroni che tenta di impedire la salita della rampa di 
scale, bloccando per le gambe gli ispettori Mastrostefano e Amadu”. I 
due si divincolano e salgono, con tutti i loro colleghi. Ma la squadra 
Maroni non si ferma: insegue gli agenti, li copre d’insulti, tenta di 
bloccarli con la forza. I cori ingiuriosi sono diretti da Mario 
Borghezio   , mentre “numerosi atti di aggressione fisica e verbale 
nei confronti dei pubblici ufficiali” sono compiuti da Maroni, ma 
anche da Umberto Bossi e Roberto Calderoli: “Episodi tutti 
documentati   dai filmati televisivi”. Con fatica, gli agenti arrivano 
davanti all’ufficio di Marchini che devono perquisire. Lo trovano 
sbarrato. Sulla porta, un biglietto scritto a macchina: “Segreteria 
politica - Ufficio on.le Maroni”. La porta è sfondata. “Operazione che 
tuttavia era ostacolata violentemente” da Maroni, Bossi, Borghezio, 
Calderoli e altri, “che aggredivano principalmente il dottor Pallauro 
e l’ispettore Amadu, il quale veniva stretto fra gli imputati Maroni, 
Martinelli e Bossi, che lo afferrava dal davanti, mentre il Martinelli 
lo prendeva   alla spalle”. La guerriglia finisce con un malore   : 
Maroni “viene disteso a terra dall’agente Nuvolone, per poi essere 
avviato al pronto soccorso, ove gli venivano riscontrate lesioni per 
le quali sporgeva querela”. 

   FIN QUI la cronaca delle violenze contro la polizia del 18 
settembre 1996. Segue inchiesta e processo penale per resistenza a 
pubblico ufficiale. Il deputato Maroni nel processo mente: sostiene, 
come un black-bloc qualunque, di essere stato aggredito dai 
poliziotti. Ma in dibattimento viene dimostrata “la non veridicità 
dell’assunto del Maroni”, poiché è “documentato che nell’ascesa della 
rampa delle scale, trovandosi a terra, e non per le percosse 
ricevute, tratteneva con la forza gli operanti afferrando la caviglia 
dell’ispettore Mastrostefano e poi le gambe dell’ispettore Amadu”. E 
lo svenimento finale? Per i giudici è provato che Maroni “era caduto 
in terra per un improvviso malore, nella fase finale dell’accesso 
degli operanti nella stanza da perquisire, circostanza attendibilmente 
confermata dal teste Nuvoloni della Polizia, che lo aveva soccorso, e 
forse colpito anche involontariamente, in tale posizione, nella ressa 
creatasi sul luogo, o già raggiunto, presumibilmente, da spinte nel 
corso della vicenda che vedeva un accalcarsi incontrollato di persone, 
compresi giornalisti e simpatizzanti della Lega Nord”. 

   DRAMMATICO ed esilarante insieme. Comunque, “la resistenza” di 
Maroni e degli altri leghisti “non risultava motivata da valori etici, 
mentre la provocazione era esclusa dal fatto che non si era in 
presenza di un comportamento oggettivamente ingiusto ad opera dei 
pubblici ufficiali”, i quali “erano comunque tenuti a portare a 
compimento l’ordine loro impartito”. Così le azioni violente compiute 
da Bobo sono state ritenute, si legge nella sentenza della Cassazione, 
“inspiegabili episodi di resistenza attiva, e proprio per questo del 
tutto ingiustificabili”. Condanna in primo grado a 8 mesi. In appello 
a 4 mesi e 20 giorni, perché nel frattempo era stato abrogato il reato 
di oltraggio. La Cassazione conferma, commutando la condanna in una 
pena pecuniaria di 5.320 euro. Forse Bobo, prima di pontificare sugli 
scontri di Roma, dovrebbe rileggere gli atti processuali e ripensare 
ai suoi comportamenti guerriglieri. 
  LE VIOLENZE E CHI NON ASCOLTA: IL DIBATTITO SUL  FATTOQUOTIDIANO.IT 

   Ad “Annozero” il ministro La Russa ha attaccato pesantemente le 
manifestazioni di Roma. E in studio gli studenti non hanno preso le 
distanze dalle violenze. Cosa ne pensate? Sul nostro sito già più di 
3000 commenti. Scrive Sergio: “Sono stati commessi atti incresciosi ma 
proprio per questo un governo capace e intenzionato a governare 
dovrebbe ascoltare con molta attenzione”. 

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