22 maggio 2011

book bloc Italiani a Madrid

I book bloc italiani a Madrid

Come per la Carovana Uniti per la libertà di studenti e precari in Tunisia e per il diario dal Cairo dei radiodervish, XL lascia la parola ai protagonisti. Ecco un filmato e un racconto da Porta del Sol di due studenti di Unicommon, come dire i book bloc italiani…
da Porta del Sol
Alcuni studenti italiani  di UniCommon hanno raggiunto Madrid per vivere e raccontare l’esperienza della Puerta del Sol occupada nonostante e contro i divieti della polizia. Alcuni giorni per condividere le mobilitazioni assieme agli studenti di Juventud sin Futuro che hanno partecipato la scorsa settimana all’happening euromediterraneo “La rivolta di una generazione” tenutosi a Roma, un modo per sperimentare e costruire assieme mobilitazioni, esperienza comune, pratiche di conflitto contro la crisi all’interno dello spazio euromediterraneo. Dopo Londra e la Tunisia, siamo andati a Madrid!
su unicommon.org diretta su Twitter minuto per minuto, interviste video e audio in diretta dalla piazza a cura di Unicommon e Juventud Sin Futuro
  • Diario dalla Comune di Madrid – delegazione di UniCommon
Quando siamo arrivati alle 23 di ieri (venerdì 20 maggio) mancava un’ora alla dichiarazione da parte della giunta elettorale che sentenziava sulll’illegalità del presidio di Puerta del Sol e su un eventuale sgombero. Un’illegalità che si è imposta, facendo sì che la piazza ottenesse un sostegno forte dalla società civile e infine il diritto di restare.
Verso l’una abbiamo provato ad avvicinarci: impossibile. Un fiume di persone tutte differenti fra loro (studenti, laureati, lavoratori, pensionati, precari, artisti, volontari e anche turisti) si districava in una piazza in cui era impossibile muoversi.
Decidiamo di andare a vedere le piazze intorno, e ovunque ci imbattiamo in assemblee spontanee, comitati organizzativi e riunioni studentesche che davano vita a discussioni partecipatissime e infinite. Solo alle quattro di notte siamo riusciti ad entrare nel cuore di piazza di Puerta del Sol, quando si erano creati piccoli corridoi che consentivano il passaggio all’interno della piazza.
Lo scenario davanti ai nostri occhi si presentava come un potente caos esploso nelle più diverse forme espressive: dalle centinaia di striscioni che pendevano dalle impalcature dei palazzi antichi a sette piani tanti slogan bombardavano la piazza. Esto no es un botellón (“questa non è la festa di paese”), Madrid sera la tumba del neoliberismo, European people rise up, Democracia real… Sulle pareti dei palazzi  migliaia e migliaia di stick e cartelli, pensieri singoli e individuali che assumevano un nuovo significato perchè condivisi. Una vera e propria giungla espressiva. Camminando all’interno della piazza sembra di essere in una casbah in cui si mescolano, nel paradosso di un misto di caoticità e organicità, canti, cori, assemblee, dibattiti, concerti, punti di ristoro e così via.
Tutto questo accade davanti al palazzo del governo regionale, il cuore geografico e ora politico della Spagna. Un piazza negata da sempre per qualunque sit-in, un luogo da sempre off limits per qualunque manifestazione, un simbolo del potere che oggi è nei fatti completamente rovesciato, ri-significato, ridefinito dalle lotte. Viene chiamato il chilometro zero, il punto da cui si parte in ogni direzione per raggiungere qualunque città del paese.
Un altro paradosso di questa piazza è il fatto che continua ad autodefinirsi “non politica” senza rendersi conto dell’enorme potenziale politico che porta in sé. O forse codificandolo in modo nuovo, diverso, anche contraddittorio. Tutte le organizzazioni, i collettivi, i partiti e i sindacati sono stati schiacciati da questa eccezionale ondata di mobilitazione e spesso vengono messi all’angolo da questa richiesta di democrazia reale che parte dal basso e che rifiuta qualsiasi forma di organizzazione che non sia la propria, sempre caotica ma, al momento, efficace. E’ spiazzante, eppure sembra quasi che più che raggiungere una decisione, una sintesi, un obiettivo chiaro il senso vero e profondo delle assemblee sia quello di costruire, dal nulla o quasi, nuovi spazi di espressione e democrazia, percepirsi come parte di una complessità che può riprendersi il diritto a decidere.
Sembra di vivere di un ecosistema che si nutre, vive e si riproduce esclusivamente al proprio interno, senza contaminazioni se non quelle dei singoli che in tanti e tanti cominciano a farne parte. I social network acquistano un senso nuovo in questo contesto: le notizie arrivano nell’immediato e spostano nello stesso tempo i corpi di chi raccoglie l’invito. Manifestazioni, assemblee, bisogni e necessità organizzative, sensazioni e desideri, emozioni provate: tutto questo potete trovare su twitter e su facebook, social network connessi con la realtà concreta in maniera eccezionale.
É la lezione che noi europei abbiamo imparato dalle rivolte del nordafrica, anche se non stiamo parlando della stessa cosa fino in fondo, non è quel seme, non c’è quella rabbia che è esplosa nelle rivolte egiziane, tunisine e libiche. Eppure dire no al conformismo nella Spagna della crisi del mito della “Spagna fashion” significa fare i conti con la fine di un’utopia, e dunque la necessità di fare i conti oggi con i propri sogni e desideri espropriati. E’ questa la prima sensazione che percepiamo appena arrivati in piazza, leggendo i cartelli, guardando la cura con cui accudiscono ogni spazio di un enorme piazza piena di decine e decine migliaia di persone. Quasi avesseo paura di non essere presi sul serio, e convinti al tempo stesso in maniera radicale e vera delle ragioni che il movimento porta in piazza: un’indignazione che ribalta la logica descrittiva dei giornali dicendo “non siamo anti-sistema, è il sitema che è contro di noi”.
Gli Indignados spagnoli stanno contagiando l’Europa, perché è di Europa che si parla, della sua crisi economica e sociale, di un modello che sembra esaurirsi dopo un decennio di vita. Gli Indignados parlano di libertà. Il ‘68 italiano e francese era un movimento politico, ma anche qui oggi si può parlare di una genesi dei movimenti politici spagnoli. Saperli connettere su un piano euromediterraneo è la scommessa che si presenta oggi davanti a noi.
Piazza di Puerta del Sol applica un modello debole di resistenza che si rivela essere efficace: per quanto tempo ancora 40000 persone affolleranno questa piazza? Per quanto tempo ancora pensionati e studenti puliranno una piazza che non è mai stata del popolo ma del turismo e dello shopping? Queste sono domande che oggi non hanno risposta. La certezza è quella di una scommessa politica nuova che contagia il nostro pensiero, è la costruzione di un comune che vive in queste giornate le possibilità di un’alternativa.
Alioscia Castronovo e Roberto Cipriano – UniCommon in viaggio a Madrid

non si ferma l’onda degli “indignados”


Spagna, non si ferma l’onda degli “indignados”


Madrid - Dilaga inarrestabile in Spagna il movimento dei giovaniindignados, che, sfidando il divieto imposto dalla Commissione elettorale centrale, hanno mobilitato nella notte decine di migliaia di persone nelle piazze di tutto il Paese, costringendo il governo del premier socialista, José Luis Zapatero , a rinunciare all’uso della forza per farli sloggiare alla vigilia delle elezioni amministrative e regionali.
Puerta del Sol, a Madrid, cuore e avanguardia del movimento `Democracia Real Ya  e del `15 M´, 25 mila persone a mezzanotte e un minuto di sabato hanno partecipato a un «urlo silenzioso» contro divieti e censure.
L’accampamento della piazza del `Chilometro Zero´ di Spagna non è stato smantellato, anzi oggi ha continuato a consolidarsi, in un moltiplicarsi di attività e assemblee. I giovani “Indignados” - ispirati all’appello «Indignatevi!» dell’anziano ex resistente francese Stephane Hessel - hanno organizzato oggi una “Maratona della parola” sulla riforma della società spagnola.
I giovani - e tanti meno giovani - in piazza da sei giorni denunciano la corruzione, la «collusione» fra politici e banchieri, il bipartitismo «tossico» socialisti-popolari (Psoe-Pp), la disoccupazione dilagante (al 44% fra i meno di 25 anni), l’assenza di prospettive di un futuro decente.
Il movimento si espande a macchia d’olio. In tutta la Spagna in decine di città le piazze sono presidiate dagli indignados. A Barcellona quasi 10 mila in Plaza Catalunya, ribattezzata Plaza Tahrir, come la piazza-simbolo del Cairo. Sono occupate le piazze centrali di Valencia, Granada, Cordoba, Bilbao, Santiago, Saragozza, Caceres, e di molti altri centri più piccoli.
Sociologi e politicologi, presi di sorpresa - come tutta la classe politica - da un movimento spontaneo, senza leader, autoconvocatosi su internet, portato dal rifiuto di una società del benessere da cui molti si sentono esclusi, continuamente irrigato dalle reti sociali, fanno paralleli con il Sessantotto francese, con la Primavera araba, ma non riescono a prevedere fin dove arriverà e che conseguenze avrà.
La rivolta spagnola, che ora inizia a piantare radici anche all’estero - ci sono state concentrazioni di «indignati» in Italia, Francia, Regno Unito, Germania, Belgio, Austria, Portogallo, ma anche a New York, Bogotà Buenos Aires, Città del Messico - evidenzia, confermano, una spaccatura fra la politica e una parte importante della popolazione. Un «vizio di funzionamento» della democrazia del XXI secolo. L’impatto che l’esplosione della rivolta dei giovani potrà avere domani sulle urne è una incognita.
I sondaggi, realizzati prima dell’irruzione degli indignados sulla scena pubblica, davano il Psoe di Zapatero vicino al tracollo, e alla perdita di grandi feudi tradizionali, come la Castiglia-La Mancia e l’Estremadura, la seconda città del Paese, Barcellona, e la quarta, Siviglia. Prevedevano uno «tsunami» azzurro, come il colore del Partido Popular (Pp) di Mariano Rajoy, sul Paese. Un grande segnale di allarme, insomma, per i socialisti a 10 mesi dalle cruciali politiche di marzo 2012.
Puerta del Sol, 21 maggio 2011:
La sfida al divieto:
Fonte :: ilsecoloxix.it

    LE LOCALITÀ PROSSIME ALL'EPICENTRO SONO LA CITTÀ CAPOLUOGO, PIZZOLI E FOSSA

    Scossa di terremoto, paura a L'Aquila

    Di magnitudo 3.2, è stata registrata alle 21,17. Decine di telefonate ai pompieri. Nessun danno a persone o cose

    MILANO - Paura a L'Aquila. Una scossa di terremoto è stato avvertita dalla popolazione sabato sera. Secondo i rilievi registrati dall'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, l'evento sismico si è verificato alle 21,17 con una magnitudo di 3.2 e a una profondità di quasi nove chilometri. In particolare le località prossime all'epicentro sono L'Aquila, Pizzoli e Fossa. Decine di telefonate sono arrivate ai centralini dei vigili del fuoco ma dalle prime verifiche, effettuate dalla «Sala Situazione Italia» del Dipartimento della Protezione Civile, non risultano danni a persone o a cose.

    Islanda, si risveglia il vulcano No fly zone per 216 km


    Islanda, si risveglia il vulcano Grimsvotn

    È situato sul più grande ghiacciaio d'Europa. No fly zone per 216 km

    MILANO - È situato sul più grande ghiacciaio dell'Europa e ha cominciato ad eruttare il vulcano Grimsvotn, scagliando verso il cielo una colonna di fumo bianco alta circa 15 chilometri. Lo ha reso noto il servizio meteorologico islandese. Il Grimsvotn è situato nel sudest dell'isola, sul ghiacciaio Vatnajokull, una regione disabitata. Secondo i ricercatori non dovrebbe ripetersi il disastro dell'aprile 2010 quando il vulanco Eyjafjallajokull paralizzo i cieli dell'emisfero settentrionale. (AGI) Gis Secondo i geologi l'eruzione non dovrebbe causare problemi al traffico aereo, contrariamente a quanto accadde l'anno scorso, in aprile, quando il vulcano Eyjafjallajokul paralizzò per settimane gli spostamenti ad alta quota in più di mezza Europa con le sue ceneri. In realtà le autorità islandesi hanno già decretato un'iniziale no fly zone di 216 km di raggio intorno al vulcano. L'ultima attività eruttiva del Grimsvotn risale al 2004.

    21 maggio 2011

    Nozze d’argento con il dolore cronico


    C’è chi ha dovuto aspettare 276 mesi – 23 anni! - dalla comparsa dei sintomi prima di avere una diagnosi di dolore neuropatico. Ma anche quattro o cinque anni di attesa sono tutt’altro che rari. Donne più colpite degli uomini

    Sembra impossibile, ma c’è chi ha dovuto aspettare 23 anni per avere una diagnosi di dolore neuropatico, quello cronico provocato dalle fibre nervose che trasmettono al cervello segnali sbagliati, sensazioni dolorose senza che ci siano danni reali a provocarle. Sembra impossibile, ma non è. A dimostrarlo è infatti un’indagine presentata oggi a Milano dall’Osservatorio nazionale sulla salute della donna (Onda), condotta su 400 pazienti (26% con dolore neuropatico) tra 24 e 92 anni, selezionati in vari ospedali italiani tra quelli premiati con i bollini rosa che si occupano e curano il dolore.
    L’Associazione internazionale per lo studio del dolore (Iasp) conferma che in Occidente ben oltre 12 milioni donne (39,6% contro il 31% di uomini), in sensibile aumento con l’avanzare dell’età (30,4% prima dei 18 anni, 40,1% dopo i 65), soffrono di dolore cronico grave.
    La principale criticità nel trattamento del dolore è rappresentata proprio dal ritardo diagnostico: basti pensare che le pazienti giungono alla prima visita, indirizzate dal medico di famiglia (35%) o da un diverso specialista (53%), con una sintomatologia dolorosa più che avanzata e una intensità di dolore dichiarata intorno al livello 8 (la punta massima è 10). Causato nella donna per la maggior parte da polineuropatie e radicolopatie (58%), il dolore è spesso localizzato in una (62%) o due (24%) sedi con prevalenza agli arti inferiori (48%) o alla colonna vertebrale (45%). Solo nel 6% dei casi viene definito come generalizzato.
    «Da vari anni nel mondo scientifico – sostiene Francesca Merzagora, presidente di Onda – si osserva che molte patologie che comportano dolori cronici, quali ad esempio cefalea emicranica, fibromialgia, artrosi o osteoporosi, tendono ad avere una maggiore incidenza nel sesso femminile. Se trascurate o sottovalutate possono avere importanti ripercussioni tanto sulle attività quotidiane, la conduzione familiare, il lavoro, la socialità quanto sul dispendio di risorse sanitarie, sociali e i servizi di cure primarie e specialistiche. Eppure, nonostante questo forte impatto in termini di sofferenza, disabilità e costi umani ed economici, in Italia si conosce ancora poco sulla cura del dolore cronico, tanto che sono pochissimi gli ospedali che hanno reparti dedicati o équipe di medici che, unendo competenze e forze, ragionino insieme per trovare cure adeguate o nuove vie di cura incentivando studi e ricerche».
    «Desta preoccupazione e sconcerto – commenta in proposito Cesare Bonezzi, direttore dell’Unità operativa di Medicina del dolore della Fondazione Maugeri di Pavia – constatare che solo il 2% dei malati sia seguito da un medico specializzato nella cura del dolore». La ragione per cui sono in prevalenza le donne a sviluppare dolore cronico, spiega Bonezzi, va ricercata nel fatto che spesso sottovalutano i sintomi, con un conseguente peggioramento, e nella tendenza a soffrire con più frequenza di patologie del sistema nervoso periferico, in particolare ai tessuti pelvico-perineale e al volto (cavo orale), e di alcune neuropatie tiroidee e diabetiche. Sono invece più di appannaggio maschile le lesioni traumatiche da lavoro o le lesioni del plesso brachiale determinate da incidenti in moto.

    Fonte :: focussalute.it

    Sanita': 4 anni per una diagnosi, l'odissea dei malati di dolore

    Milano, 20 mag. (Adnkronos Salute) - Quattro anni di sofferenza e di 'shopping sanitario' inconcludente prima di arrivare a una diagnosi di dolore neuropatico. E' il tempo che in media passa dalla comparsa dei primi sintomi fino all'incontro con lo specialista giusto. Incontro che può arrivare anche dopo un'attesa record di 23 anni. E' il quadro che emerge da un'indagine condotta dall'Osservatorio nazionale sulla salute della donna (Onda) su 400 pazienti fra i 24 e i 92 anni, reclutate negli ospedali italiani premiati con i bollini rosa. Di queste il 26% soffre di dolore neuropatico. Un male al femminile, come confermano le statistiche dell'Associazione internazionale per lo studio del dolore (Iasp), secondo cui in Occidente oltre 12 milioni donne (39,6% contro il 31% degli uomini) e con un sensibile aumento con l'avanzare dell'età (30,4% prima dei 18 anni, 40,1% dopo i 65) soffrono di dolore cronico grave. E' rappresentata proprio dal ritardo diagnostico la maggiore criticità nel trattamento del dolore: basti pensare che le pazienti giungono alla prima visita, indirizzate dal medico di base (35%) o da un diverso specialista (53%), con una sintomatologia dolorosa avanzata e una intensità di dolore dichiarata intorno all'8, quando la punta massima è 10. Causato nella donna per la maggior parte da polineuropatie e radicolopatie (58%), il dolore è spesso localizzato in una sede (62%) o due (24%) con prevalenza agli arti inferiori (48%) o alla colonna vertebrale (45%). Solo nel 6% dei casi viene definito come generalizzato. "Da anni nel mondo scientifico - spiega Francesca Merzagora, presidente di Onda - si osserva che molte patologie che comportano dolori cronici, quali ad esempio cefalea emicranica, fibromialgia, artrosi o osteoporosi, tendono ad avere una maggiore incidenza nel sesso femminile. Se trascurate o sottovalutate possono avere importanti ripercussioni tanto sulle attività quotidiane, la conduzione familiare, il lavoro, la socialità, quanto sul dispendio di risorse sanitarie, sociali e i servizi di cure primarie e specialistiche".Eppure, sottolinea, "in Italia si conosce ancora poco sulla cura del dolore cronico e sono pochissimi anche gli ospedali che hanno reparti dedicati o equipe di medici che uniscono competenze e forze per trovare cure adeguate". Il risultato è che "solo il 2% dei malati - sottolinea Cesare Bonezzi, direttore dell'Unità operativa di medicina del dolore della Fondazione Maugeri di Pavia - è seguito da un medico specializzato nella cura del dolore". Mentre emerge che "circa il 40% delle donne ha fatto ricorso almeno una volta ai Fans o a trattamenti blandi con paracetamolo (20%), o nei casi più drammatici a terapie pesanti con oppioidi minori (25%) o maggiori (4%), antidepressivi (8%) e miorilassanti (18%)". Ma è molto alto anche il numero di pazienti (60%) che si è affidato a terapie alternative come fisioterapia, massaggi (34%) o terapie fisiche (29%), ionoforesi (10%), blocchi antalgici (16%), agopuntura (10%) o interventi chirurgici (4%) senza ricavarne benefici", continua Bonezzi. "E il dolore diventa un compagno di vita dal quale non puoi divorziare". Il 25% dei pazienti ritiene che il dolore cronico abbia ripercussioni importanti su stati emotivi e psichici (21%) o sul lavoro con una perdita di almeno due settimane in un anno. Il 61% dichiara di non essere stato più in grado di lavorare e il 19% di aver perso il lavoro.

    Nuova bocciatura da Fitch, Lagarde: Grecia a rischio default


    Differenziale bond greci con quelli tedeschi al massimo storico

    Roma, 20 mag. (TMNews) - Con la decisione di oggi da parte di Fitch di abbassare di tre punti il rating del debito a lungo termine della Grecia a B+ con outlook negativo, arriva una nuova "mazzata" su Atene. Il Paese si trova alle prese con una crisi finanziaria senza precedenti che, secondo quanto dichiarato dal ministro delle Finanze francese Christine Lagarde al quotidiano austriaco "Der Standard", la pone di fronte a un concreto rischio di default.

    Un segnale pesante in questa direzione è anche la notizia che il differenziale del rendimento tra i titoli decennali tedeschi e quelli greci (rispettivamente al 3,12% e 16,25%) ha raggiunto il massimo storico a 1.314 punti base. Inoltre, il Paese ellenico deve fare i conti con un rapporto debito-pil che nel 2010 ha raggiunto il 143% e che per il 2012-2013 potrebbe arrivare al valore "monstre" del 150-160%. Il rapporto deficit-pil lo scorso anno è stato poco sotto il 10% mentre per quest'anno dovrebbe attestarsi al 7,5%. Fino ad ora gli organismi internazionali hanno varato un piano di salvataggio da 110 miliardi (80 dall'Ue e 30 dal Fondo monetario internazionale) e si starebbe lavorando a un ulteriore pacchetto da circa 60 miliardi per consentire di ripagare i bond in scadenza nel 2012 e nel 2013.

    La disastrosa situazione del debito e delle prospettive economiche della Grecia ha già causato bocciature da parte delle altre agenzie di rating negli scorsi mesi. Per restare alle più recenti, il 9 maggio Standard & Poor's aveva abbassato da "BB-" a "B" il rating sul titoli di Stato a lunga scadenza, mentre quelli a breve maturazione erano finiti addirittura in categoria "C", dal precedente "B". Il 29 marzo, sempre Standard & Poor's aveva declassato il rating greco a "BB-" dal precedente "BB". Il 7 marzo era stata la volta di Moody's che aveva abbassato di tre gradini il voto ai titoli di Stato ellenici a "B1" dal precedente "Ba1". Il 2011 si era aperto con un altro verdetto negativo da parte di Fitch che aveva tagliato il rating sul debito a lungo termine da "BBB-" a "BB+".

    Addio a Randy "Macho Man" Savage


    leggenda mondiale del wrestling.

    Wrestling: e' morto 'Macho Man' Savage

    In un incidente. Forse colto da malore mentre era alla guida


    NEW YORK, 20 MAG - Randy 'Macho Man' Savage, una delle figure piu' popolari del wrestling americano, e' morto in Florida in un incidente stradale in cui e' rimasta ferita sua moglie Barbara. Macho Man e' morto mentre era alla guida di una Jeep: l'uomo, 58 anni, per ragioni in via di accertamento ha saltato la corsia dell'autostrada ha attraversato la corsia opposta ed e' andato a finire contro un albero. Secondo la polizia potrebbe essere stato colto da un improvviso malore.

    Strauss-Kahn lascia Rikers Island

    (ANSA) - NEW YORK, 21 MAG - L'ex direttore dell'Fmi, Dominique Strauss-Kahn ha lasciato il carcere di Rikers Island poco dopo le 16 di New York di ieri (le 22 in Italia) dopo cinque giorni di detenzione. E' stato preso in custodia da una società di sicurezza che lavora per la procura. Dopo il pagamento di una cauzione da 1 milione di dollari, sarà agli arresti domiciliari in un appartamento di Lower Manhattan.

    Avrebbe dovuto alloggiare in un lussuoso residence che ha poi annullato unilateralmente la prenotazione.


    Fonte :: ansa.it

    TERREMOTO IN TURCHIA Panico e morti



    TERREMOTO IN TURCHIA – Un sisma, molto forte, avente una magnitudo pari a quasi il sesto grado, ha colpito oggi la parte nord-occidentale dellaTurchia. Il terremoto, in particolare, è stato registrato dai sismografi quando in Italia erano le otto del mattino, con la gente che per la paura s’è riversata in strada.


    Un sisma, molto forte, avente una magnitudo pari a quasi il sesto grado, ha colpito oggi la parte nord-occidentale della Turchia. Il terremoto, in particolare, è stato registrato dai sismografi quando in Italia erano le otto del Mattino 


    Video :: euronews 

    LA NATO ATTACCA LE NAVI DI GHEDDAFI, RAIS ALL'ANGOLO

    Roma, 20 mag. - La Nato alza il tiro su Gheddafi e, mentre il rais mostra di nuovo i muscoli in un'apparizione in tv, l'Alleanza Atlantica ha affondato otto navi da guerra della flotta del rais nei porti di Tripoli, Al Khuma e Sirte. Il tutto mentre il segretario di Stato americano, Hillary Clinton, ha confermato che, Safia Farkash, seconda moglie del rais e la figlia Aisha si sono rifugiate in Tunisia dove sarebbe scappato anche il potete ministro del Petrolio, Shukri Ghanem.
      L'Alleanza atlantica ha rivendicato la legittimita' degli obiettivi: "Le navi di Gheddafi attaccate sono dei bersagli militari piu' che legittimi. Stavano diventando una minaccia per la sicurezza", ha spiegato l'ammiraglio Giampaolo Di Paola, presidente del comitato militare Nato. E piu' tardi da Bruxelles, la portavoce dell'Alleanza, Carmen Romero, ha spiegato che l'iniziativa era mirata a mettere le forze fedeli al regime in condizione di non poter piu' lanciare offensive su vasta scala contro le zone in mano ai ribelli. "Noi tiriamo le fila", ha detto la portavoce, "la nostra missione rimane invariata". "La strategia sta chiaramente funzionando", ha aggiunto dal canto suo un portavoce del Comando Militare alleato, tenente colonnello Mike Bracken, puntualizzando che Gheddafi e' stato privato della capacita' di controllare il suo stesso apparato. "E' stata anche limitata la sua liberta' di movimento", ha ricordato. Gli unici veri problemi, stando a Bracken, si registrano tuttora in alcune aree montuose a maggioranza berbera nella Tripolitania occidentale, dove la situazione rimane "difficile e preoccupante", tanto che gli abitanti sono spesso costretti a fuggire in Tunisia.
      "Tuttavia", ha concluso, "i ribelli sono riusciti a resistere, e adesso appaiono in grado di mantenere le posizioni". Anche il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che ha incontrato il segretario generale dell'Alleanza, Anders Fogh Rasmussen, si e' mostrato ottimista sul successo dell'operazione Nato in Libia. "Ho fiducia che con pazienza la legittimita' internazionale avra' la meglio in Libia", ha assicurato il capo dello Stato. Gia' oggi, ha ricordato, la missione "e' riuscita con successo a prevenire una dura repressione e massacri di civili". Per Franco Frattini quanto accade in Libia e' frutto del "vento che soffia dal Nordafrica e verso il Medio Oriente", che, ha sottolineato il ministro degli Esteri, merita il nostro convinto sostegno". Sulla stessa linea il collega della Difesa, Ignazio La Russa secondo il quale "in questo momento spira un vento di democrazia in Nord Africa e i popoli sentono forte il bisogno di maggiore liberta' e in questo la Nato e' loro vicina". Un ulteriore tentativo di mediazione diplomatica sara' tentato la prossima settimana dall'Unione Africana che terra' un vertice straordinario il 25 e il 26 maggio a Addis Abeba. (AGI) .



    Fonte :: agi.it

    Obama incontra Netanyahu Scontro sui confini di Israele


    "Le doivergenze rimangono"
    Ma l'Ue plaude alla proposta
    del presidente Usa di tornare
    alla situazione precedente al '67

    NEW YORK
    «Non possiamo tornare ai confini del 1967 perchè per Israele sono indifendibili». Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha respinto oggi alla Casa Bianca, in un teso incontro col presidente americano Barack Obama, la proposta avanzata ieri a sorpresa dal presidente Usa. Durante il colloquio Netanyahu ha ribadito che Abu Mazen deve «scegliere tra Hamas e la pace con Israele».

    L’incontro odierno mirava a far ripartire i colloqui di pace tra israeliani e palestinesi ormai in stallo da mesi. Nella prima parte sono stati esaminati gli eventi della regione e i due leader hanno concordato che «si è creato un momento di opportunità come conseguenza della Primavera Araba ma vi sono anche pericoli». I due leader hanno espresso «profonda preoccupazione» per l’atteggiamento di paesi come la Siria e l’Iran. Obama, pur riconoscendo «divergenze» col suo interlocutore, ha sottolineato che il fine ultimo resta quello di uno stato di Israele sicuro, uno stato ebraico che possa vivere «a fianco in pace e sicurezza con uno stato palestinese contiguo, funzionante ed efficace».

    Netanyahu era stato spiazzato ieri dal discorso di Obama sulla politica Usa per il Medio Oriente dove l’inquilino dello Studio Ovale aveva annunciato la necessità che Israele accetti di ritirarsi lungo le linee antecedenti alla guerra del 1967, sia pure con correzioni di confine, nel contesto degli accordi di pace. Una situazione di confini che Israele considera «indifendibile» visto che oltre 300 mila coloni israeliani vivono adesso in Cisgiordania. Nessun presidente americano aveva fatto finora del ritorno di Israele ai confini del 1967 la sua politica ufficiale. «Una vera pace può essere raggiunta solo se il risultato finale consentirà a Israele di difendersi contro le minacce e la sicurezza d’Israele resta una priorità degli Usa nel giudicare qualsiasi accordo di pace», ha detto oggi Obama. «È molto difficile per Israele negoziare in modo serio con un interlocutore che rifiuta di riconoscere il suo diritto di esistere», ha affermato Obama. «Israele non può negoziare con un governo palestinese che è appoggiato da Hamas - ha replicato Netanyahu - Non si può chiedere a Israele di negoziare con un governo appoggiato dalla versione palestinese di Al Qaida. Il presidente Abu Mazen ha una semplice scelta da fare: deve decidere se mantenere il suo patto con Hamas o fare pace con Israele».

    Ma Abu Mazen in serata ha confermato da Ramallah il consueto pragmatismo e ha chiesto ad Obama di fare ulteriori sforzi e di adoperarsi con il primo ministro israeliano affinché quest’ultimo accetti uno Stato palestinese entro i confini del 1967. Nel suo discorso di ieri Obama aveva inoltre ammonito Israele che lo »status quo non è più sostenibile« e che occorre procedere ad iniziative coraggiose se si vuole rimettere in moto il processo di pace. Obama ha ricevuto oggi il «sostegno energico» del Quartetto (Usa, Russia, Unione Europea e Onu) per la sua presa di posizione. Da parte israeliana si afferma che gli Stati Uniti non comprendono pienamente la precarietà della posizione israeliana: «Non si può fondare una pace su illusioni - ha affermato oggi Netanyahu - una pace basata sulle illusioni è destinata ad essere schiacciata dalla dura realtà Medio Orientale».

    L'Unione europea ha accolto con soddisfazione l'appello di Obama a favore di uno Stato palestinese sulla base delle frontiere del 1967. Il capo della diplomazia europea, Catherine Ashton, ha «salutato calorosamente la conferma da parte di Obama che le frontiere fra Israele e la Palestina dovrebbero essere fondate sulle frontiere del 1967 con degli scambi (di terra) sui quali le due parti si sarebbero accordate, con delle frontiere sicure e riconosciute da entrambe», ha sottolineato la sua portavoce, Maja Kocijancik. Ciò implica anche «uno Stato di Israele le cui preoccupazioni in materia di sicurezza siano soddisfatte e un accordo sulle questioni che abbiamo sollevato, ovvero quella di Gerusalemme e dei rifugiati», ha precisato davanti alla stampa.

    Non diamo Milano agli estremisti Berlusconi occupa le tv, è polemica


    L'offensiva del premier su 5 tg: "Con loro zingaropoli islamica". Bersani: "E' come in Bielorussia"

    ROMA
    Qualcuno lo dava pronto a defilarsi dalla campagna elettorale. Invece Berlusconi rompe il silenzio e occupa le tv andando in onda su 5 telegiornali nazionali, due reti locali e una radio, scatenando le critiche delle opposizioni.

    Nessun abbasamento di torni, il premier al contrario attacca a testa bassa i candidati avversari a suo dire ostaggi della «sinistra più estrema e violenta» che sventolando «bandiere rosse con falce e martello» vuole dare le città in mano a islamici e zingari. Insomma, l’unica cosa che cambia nella campagna elettorale del premir per i ballottaggi è che non ci sono riferimenti (almeno per ora) ai suoi processi, né tantomeno attacchi ai pm milanesi o alla Consulta.

    Lo show a reti unificate
    Il Cavaliere preferisce concentrarsi sui problemi delle città, ma soprattutto sui rischi di una vittoria della «sinistra radicale». Per il resto è un Berlusconi uguale a se stesso quello che fra le 18:30 e le 21 "occupa" i tg di Raiuno, Raidue, Canale 5, Italia 1 e Rete 4 per cercare di sovvertire i risultati di Milano e Napoli. Il capoluogo lombardo resta al centro dei suoi pensieri. Evidentemente i sondaggi gli fanno intravvedere quella chance che aveva preteso prima di metterci nuovamente la faccia, pur sapendo che la partita resta tutta in salita. Del resto lo dice lui stesso: «Penso che a Milano ci sia la possibilità di una vittoria». Anche perchè «tanti milanesi come me sono rimasti turbati dalle bandiere rosse con falce e martello» che sventolavano per festeggiare la vittoria di Giuliano Pisapia.

    L'attacco alla sinistra e lo "spauracchio" Islam
    Il presidente del Consiglio non lesina stilettate al candidato del centrosinistra. È fiancheggiato dalla «sinistra più estrema, radicale e violenta» e dal «partito delle manette». Uno che, aggiunge agitando uno spauracchio tipicamente leghista, trasformerà Milano in una città «islamica», una «zingaropoli», una «Stalingrado d’Italia» in mano ai «centri sociali». Ecco perchè, promette, resterò «in campo ogni giorno, come cittadino di Milano e leader del Pdl», pur se - mette le mani avanti - «compatibilmente» con gli impegni di governo, a cominciare dal G8 in Francia della prossima settimana. Riconosce che a Milano c’è stato forse un difetto di comunicazione; ammette che non si aspettava questo risultato determinato dal «maggior astensionismo dei moderati», ma - in uno dei pochi passaggi in cui cita Moratti - assicura che «Letizia è determinata».

    Fracciate al Terzo PoloNapoli è l’altra sua grande preoccupazione. E anche quì non mancano affondi al candidato avversario: lo definisce un «vecchio giustizialista», senza nessuna esperienza gestionale e ostaggio dei centri sociali. La sua lettura dei dati elettorali è consolatoria: il Pdl resta il primo partito d’Italia, mentre il Pd perde 5 punti percentuali e il Terzo Polo conferma la sua «irrilevanza», con Fli che non «esiste» e l’Udc che ottiene risultati «decenti» solo dove alleata con il centrodestra. Altrettanto rassicurante il messaggio in chiave nazionale, sulla tenuta dell’esecutivo: «L’alleanza Pdl-Lega è l’unica in grado di esprimere governo stabile e credibile. A sinistra predominano gli estremisti e dunque non c’è nessuna possibilità che esista una maggioranza alternativa alla nostra». Insomma, aggiunge, «non possiamo certo immaginare che un grande Paese occidentale come l’Italia si faccia governare dai Vendola, dai Grillo, dai Di Pietro».

    La sfida di Bersani: "Venga a confrontarsi a Ballarò"L’invasione dei media da parte del Cavaliere scatena la reazione rabbiosa delle opposizioni. La reazione è altrettanto vigorosa. Tutte le opposizioni, da Fli al Pd, contestano «l’estremismo» di Pdl e Lega. Pierluigi Bersani parla di «una situazione da Bielorussia» e sfida il premier ad un confronto televisivo, anche martedì prossimo a Ballarò. Per domani è stato annunciato un presidio davanti all’Autorità per le comunicazioni per chiedere che un intervento «preventivo» e non dopo, come è successo nelle scorse settimane. Siamo al «Berlusconi a reti unificate», secondo l’espressione coniata da Carlo Rognoni (Pd) e ribadita da altri esponenti democrats come David Sassoli, Anna Finocchiaro e dal senatore Idv Pancho Pardi, che parla di «golpe mediatico» e invita l’Authority ad intervenire subito con «un’opera di moral suasion sui direttori». Un intervento «immediato» dell’Agcom lo chiede anche Antonio Di Pietro, affinchè l’Autorità imponga ai Tg «un rapido riequilibrio delle presenze tv» nei prossimi giorni.

    Il pressing dell'opposizione sull'Agcom
    Già un precedente esposto all’Agcom il 10 maggio scorso aveva portato l’Autorità a rilevare uno squilibrio dei Tg a favore del centrodestra. «Non è accettabile - ha tuonato oggi Bersani - che l’Autorità garante delle comunicazioni abbia annunciato che si riunisce mercoledì. A babbo morto». Come muoversi, se l’Agcom non interviene preventivamente? Lo spiega lo stesso Bersani: «All’invasione televisiva di Berlusconi non daremo copertura in nessun modo, anche se qualche testata ci sta chiedendo di mettere la foglia di fico della par condicio». Insomma niente interviste riparatorie sotto tono. Ed ecco che arriva la sfida: «Se Berlusconi vuole andare in tv, a Ballarò o dove vuole lui - ha affermato Bersani - andiamo lui ed io: va benissimo. Sennò al mio posto vanno De Magistris, Pisapia, gli altri candidati, perché stiamo parlando di Comuni».

    Pedofilia don Riccardo Seppia sieropositivo


    GENOVA - Don Riccardo Seppia, il parroco della chiesa di Santo Spirito a Sestri levante arrestato per pedofilia una settimana fa, sarebbe sieropositivo. È quanto si apprende dall'ordinanza del gip nei suoi confronti. Non è da escludere che il prete, sospeso dalla curia di Genova, nei prossimi giorni venga sottoposto a nuovi esami clinici. Intanto c'è un nuovo indagato nella vicenda del parroco genovese. Si tratta di un diciottenne, accusato di favoreggiamento della prostituzione.

    Per gli inquirenti il giovane avrebbe reclutato ragazzini per don Seppia e per E.A., l'ex seminarista che avrebbe a sua volta procurato minorenni a don Seppia e che giovedì è finito in manette.
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